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Juventus-Barcellona 1-3, il commento: non tutte le favole riescono col buco

No, in apertura non abbiamo inserito la foto del Barcellona campione d’Europa 2015. Preferiamo evitare immagini truci di domenica pomeriggio ai tifosi juventini che leggeranno questo post, perché la ferita che i blaugrana hanno aperto ieri sera a Berlino è ancora pulsante. I rosiconi avranno fatto le ore piccole per festeggiare, quindi questo post non lo vedranno nemmeno. Gli sfottò andranno avanti a lungo, ma quelli ci possono stare. Noi cerchiamo di essere lucidi e raccontare Juventus-Barcellona.

Non c’è spazio per troppe favole in una sola partita. A nove anni dalla serie B, Buffon sognava di vincere l’unica coppa che non ha vinto. Pirlo sognava l’addio con il trofeo più importante. Allegri voleva cancellare definitivamente Antonio Conte e prendersi una rivincita sui suoi detrattori. Poi Luis Enrique, che voleva chiudere in bellezza il suo primo (e forse ultimo) anno al Barça, e Xavi, che non poteva lasciare casa sua senza alzare l’ennesima coppa con la fascia di capitano al braccio. Appunto, troppe favole. Qualcuna era destinata a svanire. Peccato che sia toccato solo a quelle bianconere.

Prendere gol dopo 3 minuti in una finale non è mai positivo. Se poi a segnare è il Barcellona, allora hai sbagliato completamente approccio. Dai primi minuti gli uomini di Enrique – a Roma era un incapace, ora è lì a gongolare per vittorie che francamente vanno oltre i suoi meriti – manifestano una superiorità tecnica netta, che ha in Rakitic, Iniesta e Neymar gli uomini chiave. Vidal ha la vena tappata e scalcia tutto ciò che gli capita a tiro, rischiando più volte il rosso. Lichtsteiner – fatta eccezione per l’azione del momentaneo 1 a 1 – difficilmente vede il pallone. Brava e fortunata la Juve a chiudere il primo tempo con un solo gol di scarto: una paratona di Buffon e un soffio divino sul tiro di Suarez salvano capra e cavoli per gli uomini di Allegri, che ci provano molto, troppo timidamente.

Il secondo tempo sembra essere un’altra partita. I blaugrana giochicchiano in difesa anche se non possono permetterselo – Piquè, Mascherano e compagnia non sono proprio dei giocolieri – e la Juve può far male. E ci riesce. Il tacco di Marchisio per Lichtsteiner è una delle cose più belle della finale di Berlino, Morata si conferma scommessa vinta a mani basse. Insieme a Vidal, deludente invece la prova di Tevez, voglioso di lasciare il segno, mal posizionato in campo. Sempre.

Poi l’episodio – che non può mancare – su cui i tifosi juventini passeranno notti insonni “vegliate al lume del rancore”. Dani Alves affossa Pogba in area – già, c’è anche il francese, che alterna sfuriate disarmanti a passeggiate stile Central Park – ma per l’arbitro è tutto regolare. Il fallo, forse, lo comincia il bianconero, ma il braccio del brasiliano è malandrino e sanzionabile. Esperienza? Fortuna? Un po’ di tutto. Ma soprattutto, è il segnale che non è la serata di Buffon e Pirlo. Capovolgimento di fronte, Messi improvvisamente si sveglia e calcia col sinistro un pallone che Buffon – aveva parato tutto fino a quel momento – può, deve trattenere. Ma non lo fa, e Suarez lo impallina.

Il resto è storia nota, con la Juventus che ci prova fino all’ultimo istante, fino al gol di Neymar al 97′, buono solo per le statistiche. I bianconeri possono andare a testa alta sì, perché hanno tenuto – seppur per poco – contro una squadra sconvolgente dal punto di vista tecnico e tattico dal centrocampo in su (e chi se ne frega a Barcellona se non potranno fare mercato fino al 2016). Una squadra che si può permettere Messi flaneur per 60 minuti.

Ma basta andare a testa alta? Essere orgogliosi? Forse no. Forse più che recriminare sul presunto rigore e dire “Meritavamo di più, potevamo vincere”, bisognerebbe parlare del primo tempo giocato con troppa paura, rendere grazie a Buffon se la gara al 45′ non era già chiusa. Tutte cose avvenute prima del fallo su Pogba. La squadra di Allegri dalla sua ha avuto un gioco a tratti coinvolgente. Ha rischiato spesso, lasciando giocare la MSN in area piccola, ma ha provato a colpire il punto debole avversario, la difesa, con ripartenze alle quali però mancava sempre l’ultimo passaggio. Non è mancata neanche la personalità, ma col Barcellona non basta. Mai.

Alla fine, Buffon potrà ancora cercare di coronare quel sogno, ma le lacrime di Pirlo dicono che la serata di ieri sera doveva (poteva? forse sì, forse no) andare in un altro modo. Allegri ha fatto comunque qualcosa di incredibile. Anche se forse, nei minuti di difficoltà del Barça, alla sua Juve sarebbe servita la cattiveria che aveva quella del suo predecessore, per colpire duro ai fianchi di un avversario che in quel momento vacillava (o si riposava) vicino alle corde.

Vince alla fine la favola di Xavi, che ha trovato in Rakitic – che giocatore – il suo erede e che ripiegherà con cura nell’armadietto la maglia n. 6 del Barça con un triplete. Per la Juve otto finali giocate, sei perse. Bene, ma non benissimo.

Daniele Sidonio

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