Saturday , 26 September 2020

Chelsea Campione d’Europa, la sentenza di Di Matteo e Drogba

Andare a leggere il manuale del calcio alla voce: “Come scrivere la storia”. Compariranno molte notti come quella dell’Allianz Arena, molte squadre che neanche si sognavano di arrivare in finale di Champion’s League e che alla fine l’hanno portata a casa.

Bene, ora tra queste squadre va aggiunto senza ombra di dubbio il Chelsea di Roberto Di Matteo, allenatore sempre precario, con già in tasca la lettera di licenziamento firmata da Abramovich, che è riuscito a regalargli il trofeo più ambito, la sua ossessione, la prima perla europea dei Blues. Lui è riuscito dove avevano fallito Mourinho e Ancelotti, due allenatori che qualcosa, nella loro carriera, hanno vinto.

Ci è riuscito nell’anno in cui ha fallito Guardiola, l’allenatore più vincente della storia del Barcellona. Anzi, lo ha battuto in semifinale giocando il calcio più difensivo del mondo e annullando il tiki-taka.

Uomo chiave Di Matteo, che è subentrato al saccente e fin troppo spavaldo Villas Boas, che era stato preso (per 15 milioni di euro) proprio per la sua vittoria in Europa League col Porto, era stato rinominato lo Special Two, ma che alla fine si è rivelato un allenatore fin troppo reazionario per una squadra come il Chelsea, un allenatore che alla fine aveva vinto due trofei in un anno e nulla più.

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Reazionario, perché ha tenuto fuori i senatori, i più forti, quelli che alla fine hanno tirato la famigerata carretta, passateci il termine. Lampard, Drogba, Cole, tutti giocatori che con il Napoli, per esempio, nell’andata degli ottavi, erano a scaldare la panchina.

Dio benedica lo status quo, dice allora Di Matteo. Che non appena ha scalzato il portoghese ha ridato a Cesare quel che era di Cesare. Lampard titolare in mezzo al campo, con Kalou e Drogba in avanti.

Già, Didier Drogba, uno che troppe volte è stato dato per finito a soli 34 anni. Uno che altrettante volte ha dimostrato di valere ancora qualcosa, vedi questa Champions. Dagli ottavi alla finale, l’ha decisa lui. Quel gol nel ritorno contro il Napoli, quel gol al Barcellona, quel gol di testa al minuto 89 della finale di ieri sera.

Momenti e personaggi che scrivono favole pur non giocando un calcio da sogno. Ma che ci mettono grinta, cuore, amore per la maglia, che a volte basta per battere un avversario, il Bayern, che si è specchiato troppo, sicuro della vittoria nello stadio di casa.

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Lezioso, impreciso sotto porta, ingordo, con quel rigore sbagliato da Robben nel primo tempo supplementare. La dea bendata, prima o poi, ti volta le spalle e gira da un’altra parte.

E allora il pupillo di casa, Bastian Schweinsteiger, prende il palo e scoppia in lacrime. All’ultimo rigore, c’è ancora tempo per scrivere un’altra piccola favola. Perché è proprio Didier Drogba, che con una sciocchezza aveva regalato il penalty a Robben, a realizzare l’ultimo tiro.

Il tiro che vale la storia. Voglio vincere così, dice allora Di Matteo.

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